Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello

Un libro in cui tutto ha un senso fino a quando muta e improvvisamente assume un nuovo, pieno, terribile significato.

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jakcon (Adelphi). Foto Chiara Mancinelli.

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackon (Adelphi, 2009)

Abbiamo sempre vissuto nel castello mi è stato regalato qualche tempo fa. Chi me l’ha regalato ama molto Shirley Jackson ma ama anche dei generi, terrore e horror, che invece io non riesco né a leggere, né a guardare, se parlano di alcuni temi che mi fanno paura.

Temendo potesse essere “quel” genere di terrore, Abbiamo sempre vissuto nel castello è stato a lungo nello scaffale dei libri da leggere. D’altra parte, sapevo anche che la persona che me l’ha regalato mi conosce molto bene. Ero combattuta. Avevo sentito parlare dell’adattamento di The Haunting of Hill House e avevo ascoltato l’interessantissimo episodio del podcast Los grandes infelices dedicato a Shirley Jackson. Questa autrice mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo.

GRANDES INFELICES, un podcast de Blackie Books presentado y dirigido por el escritor Javier Peña. Episodio dedicado a Shirley Jackson.

Finalmente, in questo ottobre barcellonese che sembra ancora estate, alle porte di Halloween, ho iniziato la lettura. E, come tutti i pregiudizi, anche quello nei confronti di questo libro si è rivelato infondato.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è l’ultimo libro scritto da Shirley Jackson, pubblicato nel 1962 (in italiano appare solo nel 1990), tre anni prima di morire di infarto a soli 48 anni.

Narra la storia di due sorelle, Mary Katherine e Constance Blackwood, che vivono nella dimora familiare insieme allo vecchio zio Julian, malato e costretto su una sedia a rotelle. È la più giovane, Mary Katherine (Merricat), a raccontare in prima persona la loro storia.

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita Phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti”.

La grande casa dei Blackwood, circondata da un bosco, si erge a poca distanza dal paese e vicino alla strada statale. È chiusa da diversi cancelli da quando il capofamiglia, il padre delle sorelle, decise di rivendicare il carattere privato delle strade usate dagli abitanti del villaggio. John Blackwood appare nei ricordi dei tre come una figura severa, dedita agli affari, rispettata e temuta in paese.

Tutto cambia quando la famiglia Blackwood è avvelenata con l’arsenico, sciolto nello zucchero usato da Constance, incaricata della cucina, per cospargere i mirtilli serviti come dessert a cena. I genitori, il fratellino e la zia muoiono avvelenati. Zio Julian sopravvive a malapena e da quel momento si ossessiona con il ricostruire le memorie di quel giorno. Merricat si salva perché non ha cenato: era stata confinata nella sua stanza per punizione. E Constance, a cui non piace lo zucchero, viene accusata di omicidio.

Anche se prosciolta dalle accuse, per tutti gli abitanti del paese sarà lei l’omicida. Oggetto di morbosa curiosità, la bellissima Constance si ritira a casa Blackwood e non esce da anni. È Merricat ad affaciarsi sul mondo: due volte a settimana si reca al villaggio per fare la spesa e prendere in prestito qualche libro dalla biblioteca.

“Merricat”, disse Connie, “tè e biscotti: presto, vieni.” “Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.”

Per far fronte alle cattiverie degli abitanti, giovani e vecchi, Merricat elabora stratagemmi ingegnosi e per proteggere la loro casa, e soprattutto Constance, innalza barriere con amuleti magici.

Merricat è un personaggio affascinante. Il suo mondo lo è. L’idea che ci facciamo di lei oscilla continuamente. A volte sembra una streghetta (è sempre accompagnata dal suo gatto), altre una creatura ferita, fragile che ha costruito un muro di fantasia a propria difesa, altre ancora una giovane adulta un po’ squilibrata.

Constance, invece, è la sorella sensata, ordinata, responsabile. È dedita alla cucina, all’orto, al giardino e alle necessità di zio Julian. È bellissima ed innocente. È buona: lascia correre tutte le stramberie del vecchio zio e le insensatezze di Merricat.

Le due sorelle si amano moltissimo e per questo, quando, durante una visita di Hellen Clarke, una delle poche persone ancora amiche della famiglia, Merricat intravede in Constance la disposizione ad uscire dall’isolamento, capisce che un cambiamento sta per arrivare.

Il cambiamento arriva nella forma di Charles Blackwood, un cugino che decide di riavvicinarsi alla famiglia, chissà se spinto dall’interesse nei confronti di Constance, dalla fortuna dei Blackwood o da entrambe le cose.

A questo punto la storia aumenta di ritmo, acquisisce una tensione tale che vale la pena vivere pagina dopo pagina.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è uno di quei libri che mi ha preso, che ho letto in poco tempo perché avevo voglia di ritornare alla storia. Shirley Jackson muove i fili dei personaggi e dei tempi in modo tale da creare nel lettore la necessità di continuare a leggere. Una storia narrata con maestria in cui tutto ha un senso fino a quando muta e improvvisamente assume un nuovo, pieno, terribile significato.

Da leggere, senza pregiudizi.

Bonus track: se hai già letto il libro, ti consiglio questo articolo di The Guardian (contiene degli spoiler).

https://www.theguardian.com/books/2023/oct/21/why-shirley-jackson-horror-speaks-to-our-times-the-haunting-of-hill-house

Sull’autrice: Shirley Jackson (San Francisco, 1916 – North Bennington 1965), scrittrice e giornalista, è conosciuta soprattutto per il racconto gotico La lotteria e il libro L’incubo di Hill House, considerato uno dei racconti di fantasmi più celebri del ventesimo secolo. La sua penna ha influito nella scrittura di autori come Stephen King o Neil Gaiman. Riconosciuta anche in vita, negli ultimi anni la sua opera ha ricevuto sempre maggiore attenzione da parte dei critici.

La vita personale di Shirley Jackson non è stata facile, come descrive Javier Peña nell’episodio di Grandes Infelices che le è stato dedicato. La relazione con la madre, la vita di coppia e i figli si sono visti riflessi nei suoi libri. Nella loro casa, Shirley e il marito avevano 25 mila libri. In italiano, dagli anni 2000 i suoi libri sono stati pubblicati da Adelphi.

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